“Un migliaio di euro e gli operai Thyssen sarebbero vivi”

“Un migliaio di euro e gli operai Thyssen sarebbero vivi”

Un imprenditore al processo:

i miei sensori fermano il fuoco

ALBERTO GAINO
TORINO
Alla quarta udienza e verso la ventesima ora di requisitoria il pm Francesca Traverso, alternatasi ai colleghi Guariniello e Laura Longo, cita una piccola azienda torinese – la Gng srl impianti fluidodinamici – e la sua tecnologia per la prevenzione d’incendi come «la soluzione, dietro l’angolo della ThyssenKrupp di corso Regina Margherita, che avrebbe consentito di evitare la tragedia del 6 dicembre 2007».

Il magistrato invita i giudici togati e popolari della Corte d’Assise a connettersi con un motore di ricerca che li porti all’indirizzo informatico di via D’Annunzio 2 a Beinasco, a casa della Gng. Ma è solo parlando con il titolare Nicola Gisonno che si scopre quanto poco costa – un migliaio di euro – il sensore elettronico che interrompe l’erogazione di olio nelle pompe di impianti oleodinamici, in caso di perdite.

«Naturalmente – aggiunge un suo impiegato tecnico, Franco Votta – l’installazione del sensore va integrata nell’impianto in modo da rendere possibile la “disconnessio-ne” delle pompe in automatico». I costi, così, salgono ma non lievitano, tant’è che questi dispositivi di sicurezza rappresentano solo una piccola parte della gamma di prodotti Gng.

«E’ dal 1984 che produciamo questo dispositivo. – racconta il titolare dell’azienda – L’anno prima in Fiat mi avevano chiesto di trovare una soluzione alla pericolosità di olio idraulico in pressione in caso di fuoriuscite non controllate. Da allora serviamo tutto il gruppo, incoraggiati dallo sconto del 30 per cento che pratica la società assicuratrice sulle polizze antincendio. E da dopo la tragedia riceviamo più richieste, ma dipende dalla sensibilità delle aziende, e delle assicurazioni».

Con lo stabilimento torinese della ThyssenKrupp mai avuto abboccamenti? «Quand’era ancora Teksid, sì. Poi, ci dissero di possibili cambiamenti societari e non si è fatto più nulla. Certo, dopo aver saputo quello che è successo mi sono messo le mani nei capelli. Sui laminatoi in particolare, e non solo, bloccando le pompe non ci sarebbe stato lo sviluppo anomalo del fuoco dall’olio idraulico in pressione fuoriuscito che, a contatto con una scintilla, diventa un lanciafiamme. In quel caso non c’è speranza di fermarlo finché non si scarica tutta la centrale. A meno di bloccare la cabina elettrica.

Il pm Traverso evoca il medesimo scenario. Fa il suo mestiere e aggiunge altri tasselli all’accusa per il vertice aziendale di non aver predisposto misure di sicurezza adeguate a ridurre il rischio incendi. «Anzi – attacca il magistrato – il piano di emergenza elaborato dall’imputato Cafueri e dall’ingegner Queto ha ignorato i fattori di rischio riscontrati puntualmente (carta oleata sul pavimento, gocciolamento d’olio dai nastri, scarsa pulizia, azzeramento della manutenzione programmata, oltre alla possibile rottura di flessibili dell’impianto oleodinamico) e non ha preso in considerazione l’elevata possibilità di gravi incendi alla linea 5».

L’affondo arriva alla fine: «Lo stabilimento di corso Regina, in base alla legge “Seveso”, era considerato ad alto rischio e non ha mai avuto il certificato prevenzione incendi». Si sapeva. Non si sapeva invece che «con una lettera del 1° febbraio 2006, a firma Cafueri e con la supervisione di Queto, l’azienda aveva chiesto ai vigili del fuoco di poter completare i lavori necessari per mettere in sicurezza l’impianto entro dicembre 2007. Sino a settembre di quell’anno era previsto che lo stabilimento chiudesse prima».

Fonti:
La Stampa
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